Ascessi e fistole pilonidali

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Cos'è l'ascesso e la fistola pilonidale?

 

Si tratta di una malattia benigna piuttosto frequente, caratterizzata dalla presenza di una infiammazione del tessuto celluloso della regione sacro-coccigea.

L'origine del nome è da ricercarsi nella frequente presenza all'interno della cavità ascessuale di peli che, penetrati all'interno della cute, agiscono come stimolo irritativo locale diventando la causa (granuloma) dell'ascesso e quindi della fistola.

È infatti una patologia molto più frequente nei soggetti in cui sia più sviluppato l'apparato pilifero e in cui si possano riconoscere traumatismi locali legati a particolari attività, anche lavorative, della regione sacrale.

In America è anche chiamata la jeep disease, per la frequenza con cui si manifesta nei soldati che conducono i mezzi militari (la Jeep appunto), dove i sedili non hanno le confortevoli imbottiture della auto civili.

In altri casi all'interno del tessuto è possibile ritrovare tessuti di origine embrionaria.

In rarissimi casi sono stati riscontrati gemelli siamesi non sviluppati.

Generalmente interessa soggetti giovani.

L'età in cui è più frequente osservarla è intorno ai 21 anni, anche se i primi sintomi coincidono con la pubertà, epoca nella quale si sviluppano le ghiandole pilo-sebacee.

 

Come si manifesta?

 

È molto più frequente nei maschi e si manifesta inizialmente con la comparsa di una tumefazione, anche voluminosa, della regione interglutea, a volte vicino all'ano altre volte più in alto o lateralmente, spesso accompagnata a febbre e molto dolente.

Questa è appunto la fase ascessuale della patologia che può in alcuni casi regredire spontaneamente o grazie alla somministrazione di terapia antibiotica.

Molto spesso questi fenomeni infiammatori si ripetono nel tempo senza apparenti cause scatenanti.

A volte l'origine dell'ascesso è legato ad un trauma locale ripetuto, all'assunzione di una posizione viziata, in altri casi è coincidente con uno stato di immunodepressione.

Il più delle volte però l'ascesso si apre spontaneamente sulla cute determinando la comparsa di una o più fistole, vale a dire i tragitti che l'infezione compie dalla sua sede di origine alla cute esterna.

In alcuni casi in corso di visita è possibile notare la presenza di peli che fuoriescono dall'orifizio fistoloso.

Dallo stesso orifizio fistoloso non trattato può fuoriuscire, periodicamente, materiale sieroso o francamente purulento, con macerazione dei tessuti circostanti.

In corso di visita è importante escludere altre patologie della medesima regione che si possono presentare con sintomatologia analoga: l'idrosadenite suppurativa o l'ascesso e fistola ano-perianale.

Per la diagnosi oltre alla visita si esegue la specillazione del tramite fistoloso e l'ecografia dei tessuti molli della regione sacro-coccigea, in grado di evidenziare la ciste di origine e gli eventuali tramiti fistolosi.

 

Trattamento dell'ascesso sacro-coccigeo

 

Il trattamento dell'ascesso sacro-coccigeo consiste nella incisione e svuotamento della raccolta.

Si esegue per lo più in ambulatorio e in anestesia locale ed è riservato ai casi in cui non si assista ad una regressione, spontanea o medica, della raccolta.

Dopo l'incisione i pazienti provano un immediato sollievo e dovranno essere sottoposti a medicazioni quotidiane fino a chiusura della breccia chirurgica ed eliminazione dell'infezione dai tessuti circostanti.

Questo trattamento non elimina però la causa dell'infiammazione: la ciste.

Per il trattamento radicale ed asportazione della ciste si deve perciò procedere ad una exeresi ampia dei tessuti comprendenti la ciste e tutte le fistole da essa originate.

 

L'asportazione della ciste e della fistola sacro-coccigea 

 

Esistono due principali varianti di questo intervento, anche se alla base di entrambi c'è l'asportazione di una losanga di tesstuto della regione sacro-coccigea che comprende la ciste e le fistole che da essa si diramano verso la cute.

L'ampiezza del tessuto asportato è in rapporto alla distanza che esiste tra la ciste e l'orifizio (o gli orifizi) cutanei).

La profondità dell'asportazione dipende dalla profondità della posizione della ciste.

Generalmente si preferisce raggiungere la fascia presacrale (il tessuto che si trova al di sopra dell'osso sacro) per avere la certezza di aver asportato completamente la ciste.

Una conferma della radicalità dell'asportazione e della natura della ciste si avrà con l'esame istologico del pezzo operatorio.

 

Metodo aperto

Con questo metodo, dopo l'asportazione del tessuto interessato dalla ciste e dai tragitti fistolosi, l'ampia ferita viene lasciata aperta posizionando all'interno della cavità residua una garza medicata (iodoformica) che viene sostituita quotidianamente. 

Man mano che procede la guarigione e la formazione di nuovo tessuto sano, la quantità di garza necessaria è sempre minore e alla fine non è più necessaria.

Questo tipo di intervento ha tempi di guarigione più lunghi (nell'ordine di 60 giorni), ma offre degli innegabili vantaggi: minori recidive (2-3%) e risultati estetici decisamente migliori.

 

Metodo chiuso

In questo caso vengono posizionano dei punti di avvicinamento dei margini cutanei con chiusura della ferita. 


I tempi di guarigione sono più rapidi ma le recidive sono molto più frequenti (20%) e anche i risultati estetici sono meno gradevoli.

 

La possibilità di utilizzare questo metodo è condizionato inoltre dall'estensione delle fistole rispetto la posizione della ciste di origine.

 


Ulteriori trattamenti prevedono

 
          Plastiche cutanee
 

          con scorrimento dei tessuti vicini e l'iniezione di fenolo nel tragitto fistoloso.
  Sono metodiche meno utilizzate e riservate a casi particolari.
  Per la rarità della metodica esistono anche meno dati in letteratura.

 

Il requisito fondamentale per la guarigione dopo questo intervento chirurgico è comunque un rigoroso controllo post-operatorio da parte dello stesso chirurgo e il rispetto della frequenza delle medicazioni.


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